Cerca

Un appello da Parigi

L’Italia può aiutare Boualem Sansal

di Pascal Bruckner, scrittore
© Leonardo Cendamo / Getty

Boualem Sansal è oggi il più celebre ostaggio dimenticato. Scrittore franco-algerino di 80 anni, conosciuto in tutto il mondo, vincitore di numerosi premi letterari tra cui quello dell’Académie française nel 2015, del premio per la pace dei librai tedeschi a Francoforte, del premio Cino Del Duca nel 2025, ha avuto una formazione da ingegnere ed economista.

Per un periodo ha lavorato nel governo algerino, ma è stato licenziato in seguito alla pubblicazione del romanzo Dis-moi le Paradis (2003), molto critico nei confronti del potere algerino e degli islamisti. Con il suo codino di capelli bianchi e la sua faccia da Apache, Boualem Sansal è un ribelle bonario ma testardo che smentisce tutti gli stereotipi: arabo, chiede che il potere algerino riconosca la pluralità etnica del suo paese composto da berberi, cabili, ebrei. Nato musulmano, rinnega l’islam, denuncia il controllo dei Fratelli musulmani sull’educazione della gioventù e sulla condizione delle donne e chiede la libertà di credere e di non credere. Non insulta, non aggredisce ma non cede su nulla. Questa vicenda sta provocando un vero tsunami nelle relazioni franco-algerine.Il suo imprigionamento, o bisogna dire il suo rapimento, da parte dello stato algerino nel novembre 2024 per un puro reato d’opinione avrebbe dovuto sollevare una tempesta, indignare tutta la classe politica, spingere il presidente della Repubblica francese alla minaccia di rottura dei rapporti diplomatici con Algeri. Non è stato così. Dieci mesi dopo l’arresto, le prospettive della liberazione sono più fragili che mai – ed è stato raggiunto nel carcere algerino da un giornalista sportivo francese, Christophe Gleizes, colpevole di aver scritto su una squadra di calcio cabila.

La leggerezza del presidente francese su questo dossier è notevole. Nel 2017, Emmanuel Macron aveva iniziato il suo mandato parlando della colonizzazione francese come di “un crimine contro l’umanità”. In un approccio paragonbile a quello di Jacques Chirac, ha confessato di voler fare per l’Algeria ciò che il suo predecessore all’Eliseo aveva fatto con la Shoah nel 1995. Il paragone è enorme ma giustificato dal fatto che la guerra d’Algeria sarebbe “l’impensato della nostra politica della memoria”. Impensato, davvero? Questo impensato è molto loquace, non si contano più le migliaia di libri, le centinaia di documentari, le decine di film dedicati a quella guerra. Macron ha persino creato una commissione di riconciliazione guidata dallo storico Benjamin Stora, che non ha mancato di condannare anche lui Boualem Sansal, per restare nelle grazie ad Algeri. Sembra che la giunta algerina non possa esistere, respirare, pensare senza demonizzare la Francia, l’avversario eterno quanto indispensabile. Un’evidenza si impone: da sei anni Macron non vuole divorziare dall’Algeria o impegnare Parigi e Algeri in una relazione di partenariato pacificato. Se è necessario guardare la propria storia in faccia, è altrettanto necessario guardare anche la realtà: è in Francia che i dissidenti algerini si rifugiano, è verso la Francia, la matrigna tanto odiata quanto desiderata, che si rivolge la gioventù algerina, avida di visti. C’è di peggio: Macron può enunciare una cosa e il suo contrario con una notevole frivolezza, è il carattere proprio del suo “en même temps” che irrita tutti senza soddisfare nessuno.

Così nell’ottobre del 2024, il presidente ha riconosciuto davanti al Parlamento la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale, ponendo fine a cinque anni di tergiversazioni e a un lungo broncio con il royaume chérifien. Furore del presidente Tebboune, eppure suo “amico” intimo! Il vaso è colmo per le autorità algerine che lanciano una campagna staliniana contro la Francia. Il 22 novembre, l’agenzia ufficiale Alger Presse service pubblica un comunicato: “La Francia macronisto-sionista si offende per l’arresto di Boualem Sansal all’aeroporto di Algeri”. In altri termini la lobby ebraica deterebbe legge a Parigi per meglio screditare l’islam e l’Algeria. Bisogna aggiungere a questo psicodramma un’intervista data da Boualem Sansal al media francese Frontières nella quale riprende la posizione del Marocco e aggiunge che tutta la parte occidentale del suo paese era marocchina prima della colonizzazione francese. Aggiunge una frase che ha fatto strepitare il potere algerino: se la Francia non ha colonizzato il Marocco (ne ha fatto un protettorato dal 1912 al 1955), è perché quest’ultimo “è un grande stato” che esiste da tredici secoli. Infatti “è facile colonizzare piccole cose che non hanno storia ma colonizzare uno stato è difficile”. I dirigenti della “piccola cosa” sono andati su tutte le furie. Ricordiamo che l’Algeria, emporio schiavista che viveva del traffico di prigionieri grazie ai suoi pirati, i barbaresques, è stata sottomessa alla reggenza ottomana dal 1516 al 1835 pur conservando un’ampia autonomia. Ma è contro la Francia che i politici di questo paese dirigono i loro colpi perché la Sublime Porta era musulmana. Boualem Sansal si è così reso colpevole di tradimento e di attentato all’integrità territoriale del suo paese.

L’Algeria vuole rimanere la vittima eterna della Francia e reiterare questa “rendita della memoria” che Macron aveva così ben denunciato nell’ottobre del 2021 prima di ritrattare, come spaventato dalla propria audacia. Il presidente francese talvolta si lascia sfuggire verità scomode che imbarazzano i suoi interlocutori. Ha anche affermato il 6 gennaio 2025, durante la Conferenza degli ambasciatori, che l’Algeria si era disonorata imprigionando lo scrittore franco-algerino. Non ne è seguito nulla di concreto sul piano dei visti o delle possibili ritorsioni verso il regime. La diplomazia francese naviga a vista, anche lei, tra il silenzio, le lusinghe o la condanna degli “estremisti”, come ha detto il ministro dell’Interno, Bruno Retailleau, che chiede un atteggiamento di fermezza e rappresaglie concrete. Se il nostro presidente ha avuto ragione di condannare i crimini del colonialismo, avrebbe potuto ricordare anche quelli degli indipendentisti e in particolare il massacro degli harkis e l’espulsione di un milione di pieds noirs in nome del principio “la valigia o la bara”. Un discorso chiaro avrebbe potuto tagliare il nodo gordiano con Algeri e aprire un futuro sereno per i due paesi. E’ tutta questa ambiguità che paga Boualem Sansal, capro espiatorio suo malgrado delle ambivalenze dell’Eliseo, anche se il presidente a luglio è sembrato, con nuovo cambio di passo, optare per la durezza, secondo il principio che “un paese libero è innanzitutto un paese temuto”.

Mentre Parigi e Algeri sono sull’orlo della rottura, non vedo per parte mia che una sola via d’uscita per il dissidente Boualem Sansal: una mediazione italiana intrapresa da Giorgia Meloni. Signora presidente del Consiglio, lei è oggi la dirigente europea più rispettata, anche dai suoi avversari. In nome delle sue buone relazioni con Algeri, metta le sue abilità interpersonali, il suo savoir-faire, al servizio della liberazione di Boualem Sansal, un vecchio uomo malato ed esausto che il suo paese del cuore, la Francia, non ha saputo o non ha voluto strappare agli artigli dell’arbitrio.