La Valletta, Malta.
Mdina non fa rumore neanche ad agosto, con la pressione e la calca dei turisti, molti dei quali italiani. La chiamano la “Città silenziosa” da quando, nel Settecento, la nobiltà si trasferì verso La Valletta e lasciò dietro di sé questi vicoli di pietra calcarea dorata. Dall’altra sponda del Grand Harbour, le Tre Città rispondono con nomi che i Cavalieri di San Giovanni scelsero per intimidire: Vittoriosa, Cospicua, e Senglea, che porta ancora il titolo di “Città invitta”, coniato dopo il grande assedio del 1565. Tra le pietre calcaree crescono fichi d’India e capperi, piante che sopravvivono su questo grande scoglio dove l’acqua dolce è sempre stata un lusso. L’altra isola principale che compone lo stato, oltre al paradiso naturale della riserva di Comini, è Gozo che, secondo la tradizione e i filologi, sarebbe l’isola di Calipso dell’Odissea. Un dettaglio che conferma un’idea che Malta coltiva da sempre: restare nascosti al mondo pur trovandosi nel mezzo delle sue rotte commerciali.
La lingua racconta la stessa storia di stratificazioni. Il maltese resta parlato da quasi tutta la popolazione,e l’inglese segue a ruota, ma fino agli anni Trenta il ruolo di terza lingua ufficiale spettava all’italiano, usato dall’élite colta nei tribunali e nell’amministrazione. Oggi, nei bar di Sliema, si sente un inglese ibrido, a metà tra quello britannico ereditato dal colonialismo e certe cadenze che a un orecchio italiano ricordano il siciliano. I maltesi sembrano considerare la propria lingua, che conserva tracce dell’arabo normanno estinto ovunque tranne che qui, l’ultimo baluardo identitario di un’isola che per il resto ha imparato a piegarsi a chiunque vi transitasse: fenici, arabi, cavalieri, inglesi.
Anche l’economia obbedisce a questa logica di adattamento permanente. Il settore terziario genera l’80,6 per cento del pil maltese e impiega l’81,3 per cento della forza lavoro, con la finanza come comparto trainante: attivi per un controvalore superiore al 500 per cento del pil, e un contributo di circa il 15 per cento alle entrate pubbliche. Il mercato immobiliare riflette la stessa vocazione: prezzi medi intorno ai 3.300 euro al metro quadro a livello nazionale, fino a 7.500 euro nella fascia Valletta-Sliema-Saint Julian’s, con una crescita per il 2026 stimata tra il 4 e il 7 per cento nominale. Non esiste una tassa patrimoniale annuale sugli immobili; l’imposta di registro è al 5 per cento, la tassazione sui redditi da locazione resta piatta al 15 per cento.
Nessun settore rappresenta questa regola meglio dell’iGaming. Più di trecento aziende hanno sede sull’isola, tra operatori rivolti al pubblico e fornitori di tecnologia. Betsson Group, sede legale a Ta’ Xbiex e quotata a Stoccolma, ha generato a Malta circa 1,1 miliardi di euro di fatturato nel 2024. Kindred Group, che controlla marchi come Unibet e 32Red, ha chiuso il 2025 al primo posto della classifica locale con 1,6 miliardi di dollari, seguita da Betsson con un miliardo e da Tipico con 950 milioni. Accanto agli operatori si è formato un indotto tecnologico fatto di società come Softswiss, EveryMatrix, Evolution Gaming e Playtech, che a Malta hanno trovato aliquote favorevoli e un ecosistema professionale già pronto.
Incontro Marek una sera a Saint Julian’s, il quartiere più in voga tra i giovani expat locali. E’ seduto su un muretto vicino a Spinola Bay con una birra in mano, mentre aspetta un collega per una partita a padel. Ventotto anni, di Košice, in Slovacchia, lavora da tre anni per un operatore di scommesse sportive con licenza Mga, dove si occupa di retention, la parte del business che studia il comportamento dei giocatori per capire quando e come sollecitarli a tornare a giocare. Racconta la sua storia con disinvoltura e sicumera. “A Košice guadagnavo la metà, lavorando di più”, dice Marek. “L’aliquota sul reddito è più bassa, l’affitto è caro ma condiviso si sopporta, e soprattutto esiste una carriera”. Ha iniziato come customer support, spiega: dopo un anno è passato alla gestione dei clienti (Crm), e la prossima tappa potrebbe essere un ruolo da key account manager altrove, senza nemmeno cambiare quartiere. La mobilità tra operatori concorrenti è talmente alta che certi colloqui si fanno nello stesso bar, tra persone che tra qualche mese potrebbero ritrovarsi colleghi. Sul piano economico Marek non ha dubbi: l’iGaming gli ha dato in tre anni quello che in Slovacchia avrebbe richiesto un decennio, uno stipendio che gli permette di risparmiare, viaggiare, considerare Malta una base stabile più che una tappa di passaggio. Sul piano etico, la questione lo mette più a disagio. Ammette di aver pensato, nei primi mesi, di lasciare il lavoro dopo aver letto certi report sulla dipendenza da gioco: “Il mio compito è capire chi rischia di smettere di giocare e mandargli un’offerta perché non lo faccia. Detta così sembra orribile”. Aggiunge però che applica davvero, ogni giorno, i limiti previsti dalla licenza: le soglie di autoesclusione, i controlli sui depositi, i tetti di tempo giornalieri e gli alert automatici. La regolamentazione Mga (la Malta Gaming Authority) impone requisiti di gioco responsabile più stringenti di quanto si aspettasse, anche se resta convinto che la loro efficacia dipenda dalla buona fede di chi li applica, azienda per azienda.
Gli chiedo se si senta parte di un’industria che sposta un problema sociale nei paesi di destinazione dei giocatori mentre incassa i profitti a Malta. Ci pensa un momento. “E’ un’osservazione giusta, e non ho una risposta comoda. Il grosso dei nostri clienti è in Germania e Svezia, e la tassa di gioco che paghiamo qui riguarda solo i residenti a Malta, una minoranza irrilevante rispetto al fatturato totale. Il valore si crea altrove, la tassazione resta qui”. Sulle prospettive future è meno pessimista di quanto ci si aspetterebbe da chi lavora sotto pressione regolatoria crescente: pensa che Malta continuerà ad attrarre aziende anche se Germania e Austria stringeranno le maglie, perché la licenza Mga resta uno standard riconosciuto e perché, dice sorridendo, finché la gente scommetterà qualcuno dovrà pur avere sede da qualche parte.
Il retroscena che rende possibile la storia di Marek si è costruito in un quarto di secolo. Malta fu tra le prime giurisdizioni europee a normare il gioco a distanza, già nei primi anni Duemila, quando il resto del continente trattava il gambling online come una zona grigia. L’autorità dedicata, oggi Malta Gaming Authority, nacque nel 2001, e in due decenni ha accumulato un vantaggio fatto di magistrati specializzati e banche abituate a maneggiare flussi che altrove faticavano a trovare un conto corrente. La licenza, che dal 2018 dura dieci anni senza rinnovo annuale, è diventata uno standard riconosciuto da chi gestisce pagamenti internazionali, decisivo in un settore dove il collo di bottiglia resta proprio l’infrastruttura dei pagamenti. Sul fronte fiscale, l’aliquota nominale resta alta, ma il meccanismo di rimborso sui dividendi permette agli operatori strutturati correttamente di scendere vicino alla cifra singola, mentre l’imposta di gioco vera e propria, il 5 per cento, colpisce solo i ricavi da giocatori residenti sull’isola. A tutto questo si aggiunge il passaporto europeo garantito dalla licenza.
Il rovescio della medaglia è la tensione con Bruxelles. Nel 2025 la Commissione europea ha aperto procedure d’infrazione contro Malta, accusata di proteggere i propri operatori dalle sentenze di tribunali tedeschi e austriaci, chiamati a pronunciarsi su rimborsi richiesti da giocatori che lamentavano pratiche scorrette. Le stesse regole che rendono l’isola attraente generano attrito ogni volta che un cittadino di un altro stato membro cerca giustizia in patria.
Dietro la vetrina normativa della finanza e dell’iGaming, Malta porta ancora il peso di una ferita che non si è rimarginata. Il 16 ottobre 2017 la giornalista Daphne Caruana Galizia morì nell’esplosione di un’autobomba, poche ore dopo aver pubblicato l’ultimo post sul suo blog Running Commentary, dove per anni aveva documentato i legami opachi tra il potere politico e le società offshore emerse dai Panama Papers, coinvolgendo l’entourage dell’allora primo ministro Joseph Muscat. L’omicidio provocò proteste di massa e portò, mesi dopo, alle dimissioni dello stesso Muscat. Un’inchiesta pubblica del 2021 stabilì che lo stato maltese aveva creato un clima di impunità che rese possibile l’assassinio, esponendo per anni la giornalista ad attacchi personali della classe politica senza offrirle protezione.
Da allora la giustizia ha proceduto a rilento. Gli uomini che materialmente piazzarono e fecero detonare l’ordigno, dai fratelli Degiorgio a Vince Muscat, sono stati condannati e scontano la pena in carcere. Nel giugno 2025 sono arrivate anche le condanne all’ergastolo per chi aveva fornito l’esplosivo. Si è chiuso il capitolo più atteso, quello sul mandante: Yorgen Fenech, imprenditore le cui società erano tra gli oggetti delle inchieste di Caruana Galizia, arrestato nel novembre 2019 mentre tentava di lasciare l’isola in barca, è stato scagionato. Il suo processo, rinviato più volte anche per ricorsi alla Corte costituzionale, si era aperto il primo luglio 2026 alla Valletta, quasi nove anni dopo l’omicidio: Fenech si è sempre dichiarato innocente. Nel processo si respirava l’attesa di un paese che da un decennio aspetta di sapere fino a dove arrivasse davvero la catena delle responsabilità: non lo ha scoperto, il mandante non c’è.
C’è poi un altro pilastro dell’economia del paese, meno visibile ma in crescita ancora più verticale: quello dei semiconduttori, che ruota quasi interamente attorno a un solo nome, quello dell’azienda italo-francese STMicroelectronics. Lo stabilimento di Kirkop, attivo dal 1981, è oggi il più grande impianto europeo di packaging e testing (una parte fondamentale del delicato processo di produzione dei chip) nel suo genere, e impiega tra le 1.600 e le 1.800 persone. Si occupa della fase finale della produzione, incapsulando e testando oltre 1.200 prodotti destinati soprattutto all’automotive e alla telefonia, senza includere la fabbricazione dei wafer. E pensare che sette anni fa lo stabilimento era stato messo in lista per la chiusura. Poi è arrivato il Project KKO, e nel 2025 è stato riconosciuto come il primo impianto europeo di manufacturing backend avanzato, tra i più produttivi dell’intero gruppo a livello mondiale. Nel biennio 2025-2026 gli investimenti sono accelerati, con 250 milioni di euro per un nuovo stabilimento a Hal Kirkop dedicato a componenti satellitari e aeronautici, il più grande investimento diretto estero nella storia del paese. Alla Global Semiconductor Conference Malta del 2025, ST ha presentato anche il suo primo robot umanoide impiegato in produzione, segno che persino l’industria pesante dell’isola segue la stessa logica del resto dell’economia maltese.
Non è la prima volta che Malta gioca d’anticipo su una tecnologia emergente. Nella primavera del 2026 il governo ha firmato con OpenAI il primo accordo di questo tipo mai concluso con uno stato nazionale, garantendo un anno di ChatGPT Plus gratuito a chi completa un corso di alfabetizzazione sviluppato dall’Università di Malta. E’ la stessa ambizione che nel 2018 aveva reso l’isola la prima giurisdizione europea a normare per legge la blockchain, e che vent’anni prima aveva creato l’autorità per il gioco a distanza quando nessun altro in Europa sapeva ancora come chiamarla. Su quella rapidità normativa, più che sull’invenzione delle tecnologie, Malta costruisce da vent’anni il proprio vantaggio.
Eppure la stessa isola che regolamenta blockchain, gioco d’azzardo, finanza offshore e ora intelligenza artificiale con pragmatismo quasi cinico resta uno degli stati più conservatori d’Europa su temi come l’aborto e i diritti civili, dove la chiesa cattolica mantiene un’influenza pubblica ormai rara nel resto dell’Europa occidentale. Sono due assi che nel dibattito pubblico maltese restano quasi scollegati: da un lato quello che i maltesi possono fare nella propria vita privata, presidiato con fermezza dalla tradizione religiosa; dall’altro quello che un’azienda straniera registrata sull’isola può fare nei mercati internazionali, gestito con la logica fredda dell’attrattività fiscale.
Il precedente, in fondo, è antico. I Cavalieri di San Giovanni, che diedero alle Tre Città i loro nomi onorifici dopo il grande assedio, erano un ordine religioso-militare la cui teologia rigorosissima conviveva senza contraddizioni apparenti con un’economia di guerra fondata sulla corsa, la pirateria legalizzata contro le navi ottomane che finanziava buona parte delle casse dell’Ordine. Da allora Malta ha imparato a tenere fermo il proprio nucleo identitario mentre lascia che l’economia esterna faccia quello che serve per sopravvivere su uno scoglio di trentadue chilometri per ventisette, stretto tra Sicilia e Nord Africa, senza risorse naturali proprie se non la posizione geografica, una buona dose di corruzione spazzata come da tradizione inglese sotto il tappeto, e un talento particolare per intuire in anticipo dove va il mondo.