La Germania vuole dire no a Palantir. L’intelligence interna tedesca BfV avrebbe scelto il software ArgonOS dell’azienda francese ChapsVision per l’analisi di dati strutturati e non strutturati, preferendolo a quello del big player americano. Già lo scorso dicembre il presidente del BfV, Sinan Selen, aveva dichiarato di volere una soluzione europea. Il ceo e co-fondatore di Palantir, Alex Karp, ha reagito male in un’intervista alla Bild: “Su ogni campo di battaglia serio al mondo si usano componenti di Palantir”. Alcune polizie dei Land tedesche usano già Palantir, ma anche sul fronte militare il vice ammiraglio Thomas Daum, ispettore della Cybertruppe della Bundeswehr, esclude attualmente il software americano dal progetto della nuova cloud militare tedesca. In Germania il dossier Palantir rientra in un dibattito sempre più teso sull’asse transatlantico messo alla prova dal trumpismo. Il caso è solo il sintomo più visibile di una questione più ampia, che riguarda il modello di intelligenza artificiale militare che l’Europa vuole o può sviluppare.
“Perché un paese europeo dovrebbe usare Palantir? I suoi flussi di lavoro digitali rispecchiano davvero il modo in cui l’Europa vuole combattere?”, chiede Heiko Borchert, codirettore del Defense AI Observatory (un centro studi ospitato dall’Università Helmut Schmidt di Amburgo) ed esperto di intelligenza artificiale applicata alla difesa. “In alcuni paesi europei cresce la consapevolezza che i produttori di software americani, sotto l’attuale Amministrazione Trump, rappresentano un rischio per la sicurezza”, dice Borchert. La preoccupazione attraversa Londra, Parigi e Berlino in modo trasversale.
La Nato però non vede alternative, numerosi paesi dell’Alleanza atlantica puntano ormai prevalentemente su Palantir, perché efficacia e tempistiche vengono prima di tutto. L’ammiraglio Pierre Vandier, il comandante per la Trasformazione dell’Alleanza, ha detto a Politico: “per quanto ne so io, oggi non esiste un vero concorrente di Palantir”.
Il problema, secondo Borchert, va tuttavia molto oltre la sola questione Palantir. “Attraverso la cooperazione negli armamenti, l’AI entra comunque nelle Forze armate europee come componente di sistemi d’arma stranieri. L’Italia e la Germania comprano gli F-35 con dentro AI americana. Se questa AI venisse validata e verificata con criteri diversi rispetto alle soluzioni sviluppate in Europa, si creerebbe uno squilibrio, con un vantaggio strutturale per l’esportatore”.
Per Borchert il punto non è trovare un clone europeo di Palantir o aziende simili, ma cambiare paradigma. “Continuiamo a copiare i modelli di business americani, convinti di avere successo come imitatori – dice – Le soluzioni digitali di Google, Amazon, Facebook sono affamate di dati: gli utenti condividono informazioni in cambio di un servizio. Ma il nemico, in guerra, non ti dà i suoi dati spontaneamente. L’ambiente della difesa è ricco di dati ma povero di informazioni”. L’AI militare di oggi, la cosiddetta seconda ondata, “si basa sull’analisi di enormi quantità di dati: immagini satellitari, segnali radar, dati di comunicazione – spiega Borchert – ma più dati non generano automaticamente informazioni utili: bisogna investire sempre di più per separare i dati irrilevanti da quelli significativi, e intanto ci si concentra ancora sulla raccolta”. La terza ondata, quella su cui lavorano anche lo studioso e il suo gruppo, “funziona diversamente: modella i processi decisionali in modo matematico e concettuale. Impara a decidere in condizioni di incertezza. I dati continuano a contare, ma in un senso diverso: non come materia prima da accumulare, bensì come risultato di milioni di simulazioni, da cui emergono pattern affidabili”. Con un bilancio della difesa di oltre 900 miliardi di dollari come quello degli Stati Uniti, “a stento ti viene l’idea di cercare soluzioni a basso consumo di risorse”, sottolinea Borchert, “ma le condizioni dell’Europa sono diverse, e quindi l’Europa deve pensare diversamente: non rincorrere chi crede di decidere più velocemente, ma sviluppare soluzioni che producano decisioni migliori”.
Che non si tratti soltanto di teoria, secondo Borchert, lo dimostra GhostPlay, un progetto della Bundeswehr. “In GhostPlay usiamo l’intelligenza artificiale per sviluppare tattiche militari, in parte volutamente senza indicazioni umane”, spiega: “Costruiamo un campo di battaglia virtuale, il Defense Metaverse, e facciamo combattere un’AI che simula il nemico contro i nostri sistemi difensivi”. Una conclusione che emerge da quasi due milioni di simulazioni andrebbe contro il dibattito corrente: “L’AI può sviluppare tattiche che ottengono lo stesso effetto con molta meno massa”.
Borchert porta un esempio concreto. “Nelle nostre simulazioni, uno sciame di piccoli droni, per esempio sistemi disponibili sul mercato come lo Switchblade, attacca una postazione di difesa antiaerea a terra. Con tattiche convenzionali servivano 20-30 droni per superare le difese. Il nostro algoritmo più avanzato ha ridotto il numero a quattro”. Come? “L’AI ha imparato a sfruttare il terreno, variare la velocità, cambiare le traiettorie di volo, nascondersi dietro le colline, in modo che il radar perda continuamente la traccia. E poi il passaggio decisivo: i membri dello sciame si coordinano. Due o tre eseguono una manovra diversiva. Quando la contraerea si orienta su di loro, gli altri attaccano nel suo angolo cieco”. Certo, continua Borchert, “si può obiettare che nella realtà non funzionerà tutto così bene. D’accordo. Ma anche se nella pratica il vantaggio si dimezzasse, resterebbe enorme. Questo non è un argomento contro la massa in sé. In certi ambiti militari, la massa resterà necessaria, serviranno masse di soldati per tenere una linea del fronte. Ma è un’argomentazione per guardare non soltanto all’efficienza, ma soprattutto all’efficacia”.
Lo stesso metaverso difensivo ha prodotto un altro risultato. “Non voglio dire che prevediamo la guerra, sarebbe sbagliato”, precisa Borchert, “ma nel nostro Metaverse vediamo pattern che non sono ancora comparsi nella realtà e che il nemico potrebbe plausibilmente adottare. Così si scoprono le proprie debolezze prima che lo faccia l’avversario”. Un caso concreto? “Kateryna Bondar del centro studi Csis di Washington ha descritto di recente il sistema russo di droni V2U, i cui membri dello sciame si coordinano per il successo collettivo. Esattamente questo comportamento lo avevamo osservato nelle nostre simulazioni con due anni di anticipo”.