E’ stata una stagione faticosa per l’Europa, con i dazi e le minacce alla Nato da parte dell’Amministrazione Trump, l’invasore russo alle porte, il riverbero delle guerre mediorientali e le forze antieuropee che si organizzano. Ci sono anche segni positivi, come la sconfitta elettorale di Viktor Orbán, in Ungheria, i ripensamenti sulla Brexit del governo britannico, e un tasso di disoccupazione dell’Ue al minimo storico. Come si sente, allora, l’Europa? Per dare una risposta, a volte si può coinvolgere la settima arte: dopotutto maggio è il mese del cinema, a Cannes inizia la stagione dei festival cinematografici che si chiuderà con Venezia a settembre. Per questo abbiamo chiesto a esperti e voci della stampa internazionale qual è il film, o i film, che oggi raccontano meglio L’Europa e gli europei.
The Other Way Around” o, titolo originale “Volveréis”, del 2024, è un film spagnolo di Jonás Trueba che, secondo me, ritrae l’Europa di oggi. Due artisti, innamorati o no, che tracciano la loro rotta nel pieno della vita nella Madrid di tutti i giorni, destreggiandosi tra famiglia, arte e questioni immobiliari. Alex e Ale stanno cercando di capire come porre fine alla loro relazione, o forse, proprio concludendola, come portarla avanti. Itsaso Arana e Vito Sanz sono brillanti con la loro ironia asciutta. Questo film è per me un emblema di ciò che potremmo chiamare europeismo perché coinvolge profondamente la vita della mente, del cuore e del corpo, più che i temi violenti e drammatici della nostra epoca – preserva l’importanza della vita semplice e personale. Confrontatelo con i film americani che glorificano il tardo capitalismo e la guerra, o con tutti quei film che presentano la creatività come un’impresa puramente consumistica. “Volveréis” mi ha fatto credere di nuovo nella vita mondana dell’artista.
Kyle Chayka
giornalista del New Yorker
Una facciata rosea e pareti color vaniglia: “The Grand Budapest Hotel” è stata una scelta ovvia quando il Foglio Europeo mi ha invitato a partecipare a questo girotondo. In questo film, Wes Anderson presenta, con precisione e un tocco di nostalgia, una certa visione dell’Europa, lanciando al contempo un potente manifesto contro il fascismo e il totalitarismo. Il rapporto tra Monsieur Gustave, interpretato da un eccezionale Ralph Fiennes, e il suo protetto Zero è bellissimo e commovente, e racchiude in sé il potere dell’amicizia nei momenti più bui della storia. Wes Anderson sarà anche americano, ma il suo stile si ispira a Stefan Zweig e offre quello che considero un vero classico europeo. A titolo personale, è il film a cui ricorro ogni volta che mi sento triste.
Maria Tadeo
caporedattrice Europa di Euronews, ex corrispondente europea del Grand Continent
Visages villages” (2017, Francia), il documentario di Agnès Varda e dell’artista JR, che segue questa coppia multigenerazionale attraverso la Francia rurale, dove JR scatta fotografie di grandi dimensioni alle persone per poi incollarle sugli edifici. Il film coglie l’essenza dei luoghi e il bisogno fondamentale delle persone di essere viste e apprezzate. Penso a questo film ogni volta che si avvicina il periodo delle elezioni.
“Io Capitano” (2023, Italia) di Matteo Garrone, che segue due adolescenti dal loro Senegal natale attraverso i raccapriccianti campi libici e infine sulla barca verso l’Italia. E’ la rappresentazione più vivida che mi viene in mente nel cinema contemporaneo della migrazione verso l’Europa – probabilmente la singola questione più importante che sta rimodellando e ridefinendo la politica europea oggi.
Non solo: “Vi presento Toni Erdmann” (2016, Germania), l’esilarante commedia padre-figlia di Maren Ade, ha portato Sandra Höller alla ribalta internazionale, ma è anche un sottile commento sullo scontro tra la generazione idealista del Sessantotto e i suoi figli capitalisti, e sull’impatto del neoliberismo sulla Romania. Aggiungerei anche l’eccellente “Graduation” (2016, Romania), sui dilemmi morali e i compromessi della Romania post comunista.
Infine, il meraviglioso “La chimera” (2023, Italia) di Alice Rohrwacher, un film inquietante e senza pretese che parla della presenza ineludibile e della persistenza dell’antichità e della mitologia nel Mediterraneo contemporaneo – e cosa c’è di più europeo che vivere con i fantasmi del passato?
Rachel Donadio
giornalista americana che vive a Parigi, collaboratrice dell’Atlantic,
ex capo corrispondente
da Roma per il New York Times
The Worst Person in the World” (2021). La dramedy romantica di Joachim Trier è uno dei migliori film contemporanei sul passaggio all’età adulta, incentrato sulle difficoltà del trovare la propria strada in un mondo urbano moderno, caratterizzato da opportunità professionali e sentimentali illimitate (ma, soprattutto, imperfette). Il film racconta un momento della vita simile a quello di serie televisive americane come “Girls” e film come “Frances Ha”, ma con una lentezza tipicamente europea; le pressioni finanziarie spietate di New York City che opprimono Hannah Horvath e Frances Halladay non pesano così tanto su Julie, interpretata da Renate Reinsve e ambientata a Oslo, i cui demoni sono esistenziali ed emotivi più che economici. Il turismo scandinavo deve sicuramente un grande ringraziamento a Joachim Trier per il suo ritratto di una Norvegia moderna e di design, con persone bellissime inondate da una sognante luce naturale.
Max Tani
media editor di Semafor, ex corrispondente alla Casa Bianca di Politico