Come ho detto a una conferenza a Brescia qualche settimana fa, eravamo soliti ridere dell’Italia, che passava da un presidente del Consiglio all’altro, da un governo instabile al successivo. Adesso non ridiamo più. Con “noi” intendo il Regno Unito, patria della madre di tutti i Parlamenti, come si dice, noto per la sua politica assennata, intelligente e pragmatica. Lo stesso Regno Unito che negli ultimi dieci anni ha avuto sei primi ministri.
Cameron, May, Johnson, Truss, Sunak e Starmer – e nonostante Keir Starmer abbia guidato i laburisti a una vittoria schiacciante meno di due anni fa, potremmo essere a poche settimane dal settimo. Sette in un decennio: è il periodo in cui il mio ex capo, Tony Blair, è stato primo ministro; Margaret Thatcher è rimasta in carica più a lungo. In questo momento, Giorgia Meloni sembra assomigliare a loro, sul fronte della longevità politica, molto più dei recenti cavalieri sulla giostra britannica.
Vale forse la pena chiedersi: è successo qualcosa dieci anni fa che può spiegare il caos e la turbolenza che hanno caratterizzato la nostra politica? Non occorre Sherlock Holmes per trovare una risposta. Il referendum sulla Brexit, il 23 giugno 2016, indetto da David Cameron nel tentativo di placare le divisioni nel suo Partito conservatore sul rapporto del Regno Unito con l’Unione europea.
Era convinto di non poter perdere. Grave errore. Era convinto di poter strappare all’Europa un accordo eccellente da presentare al popolo britannico. Altro grave errore: sia Angela Merkel sia François Hollande, allora alla guida di Germania e Francia, lo avvertirono personalmente di non correre quel rischio. Lui andò avanti lo stesso. Possiamo dire che si tratta della stessa arroganza che portava ogni britannico doc a credere che non saremmo mai potuti diventare come l’Italia.
Perse, poi si dimise, e arrivò Theresa May a raccogliere i cocci. Lei aveva votato per il remain. Reagì con un eccesso di zelo, rifugiandosi in formule come “Brexit significa Brexit” e “sarà una Brexit rossa, bianca e blu”, ma niente riusciva a soddisfare le varie correnti del suo partito né a domare il dibattito esagitato nel paese, e nel giro di poco, mentre i negoziati con Bruxelles si trascinavano stancamente, Boris Johnson riuscì a farle la festa.
L’uomo le cui bugie e false promesse avevano contribuito a portare il voto oltre la soglia necessaria per il divorzio era ora esattamente dove aveva sognato di essere già ai tempi in cui se la batteva con Cameron sui campi di gioco di Eton: al numero 10 di Downing Street. Le bugie continuarono, le promesse precedenti furono abbandonate: “Come sarebbe a dire che avevamo promesso di restare nel mercato unico e nell’unione doganale? No, no, no… risulta che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, ma non importa, io porterò a termine la Brexit e vincerò le elezioni dicendo che lo farò”.
E lo fece, imponendo al popolo britannico la Brexit più dura di tutte. E dove ci ha lasciati? Più poveri, più deboli, meno rispettati nel mondo. Eppure sia Johnson, da tempo sparito dalla scena, sia il suo compare nella Brexit, Nigel Farage – che ora si immagina come l’ottavo primo ministro da quando abbiamo votato – continuano a sostenere che sia andata bene. Per Johnson forse sì, visto che intasca milioni portando il suo spettaccolo da pagliaccio in giro per il mondo.
Quanto a Farage, è abbastanza incredibile – e la prova di quanto la nostra politica sia diventata poco seria e molto sregolata – che l’artefice di un cambiamento storicamente devastante, che ha impoverito decine di milioni di persone, non solo sia riuscito a sopravvivere, ma addirittura a prosperare: personalmente, con i milioni che affluiscono sui suoi conti correnti; politicamente, al punto che l’ipotesi di un premierato di Farage va presa sul serio.
Johnson andò via per un’altra serie di bugie, quelle sulle feste durante il Covid, seguito dalla catastrofica Liz Truss – un’altra ex sostenitrice del remain, poi convertitasi in fanatica della Brexit – le cui fantasie economiche hanno inferto ulteriori danni al tenore di vita dei britannici e alla reputazione della nostra politica. Rishi Sunak ha poi fatto del suo meglio per rimediare al disastro, ma a quel punto il marchio dei Tory era così compromesso che sarebbe servita una leadership congiunta tra Gesù Cristo e Martin Luther King per impedire al leader laburista Keir Starmer di entrare a Downing Street.
Il suo mantra era “far funzionare la Brexit”. Ma come? Il governo ha negoziato con diligenza e senza le urla e i clamori della stagione dei Tory, ma i cambiamenti ottenuti non sono stati all’altezza dello tsunami di danni che la Brexit ha prodotto. E il danno non poteva arrivare in un momento peggiore. Il presidente americano Donald Trump ha imposto dazi ai nostri scambi commerciali con gli Stati Uniti e, risentito per il rifiuto britannico di partecipare alla guerra contro l’Iran, ha messo fine alla sua improbabile luna di miele con Starmer. Abbiamo perso la nostra influenza sulle decisioni dell’Unione europea e siamo stati esclusi dal fondo europeo per la difesa. Un tempo eravamo il ponte di fiducia tra Stati Uniti ed Europa; ora facciamo fatica a ricucire i rapporti con entrambi.
La tragedia, naturalmente, è che il Regno Unito aveva il miglior accordo di qualsiasi altro paese nell’Ue: le clausole di deroga che volevamo, enormi sconti sul bilancio, la possibilità di restare fuori dall’euro e dallo spazio Schengen. Così, anche se – finalmente – si sta aprendo un dibattito sulla possibilità di rientrare nell’Ue, dobbiamo accettare fin dall’inizio che non potremo mai riottenere quello che avevamo prima. Questo solo basta a sottolineare la follia di quello che abbiamo fatto.
Quanto al costo economico, esistono analisi di ogni tipo che si contraddicono, ma raccontano tutte la stessa storia di fondo: abbiamo inflitto danni duraturi alla nostra forza economica. L’ultimo rapporto del National Bureau of Economic Research (Nber) stima che la Brexit abbia sottratto tra il 6 e l’8 per cento alla nostra economia. La stessa analisi sostiene che gli investimenti siano calati del 12-18 per cento, l’occupazione del 3-4 per cento e la produttività del 3-4 per cento, rispetto a quello che sarebbe stato se fossimo rimasti.
Mettete questi dati davanti a Johnson, a Farage e alla sparuta schiera di fedeli della Brexit, e vi urleranno il grido trumpiano “fake news” – o, nel caso di Farage, borbotta che i Tory hanno realizzato il tipo sbagliato di Brexit e che tutto sarebbe stato diverso se il leader fosse stato lui. Il governo laburista deve assumersi la sua parte di responsabilità per aver permesso a Farage di scampare al disastro politico che avrebbe dovuto travolgerlo (e che, sia detto per inciso, può ancora travolgerlo, ma solo se i laburisti sono disposti a confrontarsi apertamente con il paese sul fatto che abbiamo commesso un errore gravissimo, con una determinazione concreta a correggerlo).
I dati ci sono, per sostenere questa tesi. La crescita perduta che la Brexit ha imposto al Regno Unito avrebbe generato per il cancelliere dello Scacchiere entrate fiscali aggiuntive di 90 miliardi di sterline l’anno. Il paese accetta in larga misura che sia necessario spendere di più per la difesa; nel frattempo, il servizio sanitario nazionale rimane tra le principali preoccupazioni degli elettori. Ebbene, senza la Brexit avremmo potuto raddoppiare la spesa per la difesa e aumentare quella sanitaria del 50 per cento senza dover alzare le tasse di un solo penny. E’ un dato che andrebbe ficcato in gola a Farage. E considerato che ci era stato promesso che la Brexit avrebbe posto fine alla burocrazia, lo stesso vale per il numero di dichiarazioni doganali sulle merci in transito tra il Regno Unito e l’Ue – oggi pari a 39,2 milioni l’anno – con le autorità fiscali che nel 2019 calcolavano che quei soli moduli da compilare sarebbero costati alle imprese britanniche 7,5 miliardi di sterline l’anno.
In seguito alle elezioni amministrative del 7 maggio, che hanno innescato l’attuale scontro sulla leadership del Labour, due dichiarazioni mi hanno colpito in modo particolare. “Non credo che qualcuno in questo paese voglia riaprire il dibattito sulla Brexit”. Parole della ministra della Cultura, Lisa Nandy. E questa, sorprendentemente, di Nigel Farage: “Dimentichiamo la Brexit”. Quando Lisa Nandy dice: “Non credo che qualcuno in questo paese voglia riaprire il dibattito sulla Brexit”, sa benissimo che non è vero. Molti vogliono esattamente questo, i sondaggi lo dimostrano: il fatto che molti laburisti abbiano preferito votare i Green è in parte riconducibile a questo. E mi è difficile credere che Lisa Nandy non abbia incontrato le persone che incontro io in giro per il paese, che mi dicono che non voteranno più laburista finché la vaga promessa di “rimettere la Gran Bretagna al cuore dell’Europa” non significherà davvero qualcosa.
Una delle ragioni per cui siamo finiti con la Brexit, in primo luogo, è che stavamo entrando in un’epoca politica – qui e altrove nel mondo – definita come l’era delle 3P: populismo, polarizzazione, post verità.
Johnson e Farage sono i politici della 3P per antonomasia. Populismo: sfruttare il malcontento legittimo per i propri fini politici e personali. Polarizzazione: una politica che prospera sulla divisione, che cerca di allontanare le tribù sempre di più, anziché avvicinarle. E post verità: i fatti non contano, la verità è un ostacolo scomodo piuttosto che una necessità nel dibattito democratico, non c’è vergogna nel mentire, nemmeno quando si viene smascherati.
Così, quando Farage ci esorta a “dimenticare la Brexit”, perché mai vorrebbe che dimenticassimo quello che è stato chiaramente il suo successo storico? Che fine ha fatto il suo orgoglio nell’essere presentato agli eventi del mondo trumpiano Maga come “Mr Brexit in persona”, visto che di questi tempi sembra molto più contento di parlare di qualsiasi altra cosa tranne che di Brexit? La risposta è che anche lui sa che non ha portato né più potere né più prosperità né la riduzione della burocrazia che aveva promesso, e quindi è passato ad altri temi più adatti ai suoi argomenti e alle sue tattiche 3P; e proprio perché i partiti principali hanno lasciato il campo della Brexit per così tanto tempo, l’ha fatta franca.
Il motivo per cui l’approccio laburista del “far funzionare la Brexit” era destinato a fallire è che ha permesso ai principali artefici della Brexit di sfuggire alla débâcle politica che spettava loro. Sì, Cameron e Johnson sono spariti. Ma Mr Brexit in persona sembra averla scampata, al punto da poter pronunciare le parole “dimentichiamo la Brexit” senza che i giornalisti – che un tempo non riuscivano a parlare d’altro – gli chiedano nemmeno una spiegazione. Questa cosa deve cambiare, e il decimo anniversario del referendum è un’occasione buona come un’altra per ricominciare a ricordare alla gente i danni che Farage ha già fatto. Sono convinto che possa essere sconfitto, e sono anche convinto che il Regno Unito possa far parte di un’Unione europea molto diversa, si spera con l’Ucraina, i paesi dei Balcani occidentali e, forse in qualche forma, persino il Canada.
Quanti credono, come me, che la Brexit sia stato un errore catastrofico – il raro caso di un paese che sceglie attivamente il proprio declino e poi rifiuta di riconoscerlo o ammetterlo, anche man mano che le prove si accumulano – non devono mai stancarsi di dirlo, di lottare per ciò che sanno essere giusto. Per me, anche se forse non lo vedrò finché sono vivo, questo significa aderire a un’Unione europea molto diversa da quella che abbiamo lasciato. Sembra una follia? Lo sembrava anche il progetto dei brexiteer, finché non hanno vinto.
Alastair Campbell è stato lo spin doctor del New Labour di Tony Blair. Oggi conduce assieme a Rory Stewart il podcast più popolare del Regno Unito, “The Rest is Politics”.