Settembre è arrivato crudele a Ceuta, con la pulizia delle scuole che durante l’estate hanno fatto da rifugio ai migranti rimasti nella exclave spagnola in Nord Africa, soprattutto minori non accompagnati, tante, tantissime ragazze: le scuole servono agli studenti di Ceuta, che giustamente devono tornare sui loro banchi a costruire il loro futuro. Del diritto allo studio dei minorenni marocchini arrivati a Ceuta non parla nessuno, è tutto un discutere di come sloggiarli, di come ripulire, di come levare i segni di quest’ondata di migranti che, nel mezzo dell’estate, ha travolto Ceuta per poi ritirarsi, lasciando lì circa tremila persone, i niños e le niñas, molti arrivati con i genitori, che poi sono ripartiti. I figli no, i figli sono rimasti, secondo la logica ferrea e feroce per cui è meglio crescere lontani da casa, senza affetto, senza cure, ma in una terra di opportunità. Solo che Ceuta e la Spagna e in fondo tutta l’Europa sono diventate inospitali, e in particolare, in questa avventura per molti mortale dal Marocco a Ceuta s’è vista una deformazione ulteriore, perché la retorica xenofoba non è più materia da talk show o da social beceri, è normale conversazione sull’immigrazione – dall’America fino a qui, nei nostri paesi di primo ingresso, in quelli di secondo ingresso, dove i numeri contano poco, conta “il percepito”, flagello di tempi che infatti più neri di così non lo erano da molto tempo.
A Ceuta la mancanza di ospitalità è un fatto fisico, non c’è posto per i ragazzi e le ragazze rimasti, si deve trovare una soluzione. Il governo di Madrid pensa a una riallocazione graduale in varie regioni per i minorenni non accompagnati, ma la gente nell’exclave è esausta e inferocita, non c’è intervista nei media spagnoli in cui uno non gridi: devono tornarsene tutti a casa. C’è uno sfinimento comprensibile in queste lamentele, e le autorità di Ceuta ne hanno tenuto conto quando si sono convinte a non rimandare l’apertura delle scuole – prevista per l’8 settembre – come sembrava inevitabile nelle settimane precedenti: dalle dichiarazioni rilasciate trapela però anche la volontà di non voler dare argomenti a chi denuncia “l’invasione”, non ci sarebbe spunto migliore di un rientro rovinato degli studenti spagnoli a causa di questi studenti – possiamo chiamarli così? – stranieri, arrivati disperati e illegali.
Nel quartiere Príncipe Alfonso – nel sud di Ceuta, dove passa la N-352, che collega il centro con il confine con il Marocco e dove è ambientata una celebre serie tv, “El Príncipe”, che racconta un miscuglio di terrorismo, traffici illegali e storie illuminate molto simile alla realtà – i due colegios intitolati alla regina Sofía e al principe Felipe si sono trasformati in alloggi di fortuna, per lo più nelle strutture esterne, dove capanne fatte con le lenzuola, come nei giochi dei bambini, sono state per più di un mese i rifugi dei migranti. Rifugi, sì, perché fuori da quei lenzuoli quasi immobili nell’estate più torrida di sempre, i ragazzi non potevano stare, soprattutto le ragazze. Le aggressioni e le violenze sessuali hanno scandito queste settimane, i numeri non sono accertati ma sono abbastanza da terrorizzare le ragazze che non vogliono più uscire, anche se manca il cibo, anche se muoiono di caldo, e abbastanza da far lamentare gli abitanti di Ceuta, che anche loro hanno paura ad andare in giro, perché i migranti sono pericolosi. Proprio come il diritto allo studio, anche in questo caso non si discute mai del fatto che se l’accoglienza fosse dignitosa, non ci sarebbe bisogno di girare affamati e stremati in giro per la città, ma è pur vero che le strutture esistenti prevedono, in caso di emergenza, 500 posti, e ora ne servono sei volte tanto.
La vita di Ceuta e dei suoi ospiti non invitati si è incastrata nelle maglie della propaganda xenofoba e della lentezza del governo di Madrid, settembre è arrivato carico delle sue promesse e ai ragazzi migranti che non sanno dove saranno domani – sanno solo che i loro rifugi di fortuna servono ad altri ragazzi per studiare – non resta che raccontarsi, o disegnarsi. Ishan ha 17 anni, disegna un campo da calcio, vorrebbe fare la calciatrice in Spagna, nella sua squadra ci sono altre ragazze che ha conosciuto sotto il lenzuolo; sull’altro lato del foglio c’è il mare e ci sono gli scogli, emergono molte teste, corpi stilizzati, tavole da surf, bottigliette, magliette, e alcune croci: “Questa è la gente morta”. Nada ha disegnato un cerchio verde, dice che è il suo cuore che è pieno di speranza, intorno ci sono linee che sembrano filo spinato, sono il dolore, dice. Fatima disegna vestiti, vuole fare la stilista, Salma ha disegnato una divisa, è in videochiamata con sua madre: sono qui per te, le dice, sorride e piange.