Dalla sua nascita nel 1957 la Comunità europea (ribattezzata Unione nel 1993, ma rimasta una semplice associazione tra stati) ha a lungo esercitato una notevole forza centripeta, alimentata dai vantaggi che l’ingresso in essa prometteva, assicurava e ancora assicura.
La veloce evoluzione del quadro internazionale politico, culturale e economico dopo il 1991 ha però progressivamente ridotto il peso relativo di quei vantaggi, la cui natura essenzialmente economico-giuridica non è mutata a fronte di una nuova situazione che avrebbe richiesto decisi passi avanti in campo politico, militare e tecnologico. Grazie a scelte coraggiose come l’allargamento a est e l’adozione dell’euro, nonché all’inerzia dell’alleanza con gli Stati Uniti, la soluzione “ipocrita” del 1993 (ribattezzare Unione, perché si sapeva che di essa c’era bisogno, quella che restava un’associazione) ha comunque offerto dei vantaggi fino alla crisi del 2007-08, malgrado il segnale lanciato nel 2005 dalla bocciatura francese e olandese del progetto di Costituzione europea. Con la crisi vennero però di colpo al pettine i nodi costituiti dal mancato rinnovamento di una Nato resa obsoleta dal crollo dell’Urss, dalla rinuncia a puntare sul rinnovamento tecnologico e soprattutto da quella di affrontare con decisione, anche sul piano culturale e intellettuale, una drammatica crisi demografica.
Da allora le cose hanno preso a precipitare con velocità crescente: mentre la crisi demografica si approfondiva, facendo dell’immigrazione una questione politica lacerante, e la scomparsa dei cellulari europei (causata dall’iPhone e dalla nostra incapacità di produrre smartphone) simboleggiava un sempre più profondo ritardo scientifico-tecnologico poi reso evidente dall’assenza dell’Europa nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, l’alleanza con gli Stati Uniti dava i primi seri scricchiolii. Essi vennero dalle parole e dalle indecisioni di Barack Obama, che segnalavano l’approfondimento della crisi di un “occidente” dato per scontato ma legato – come ricordava il nome stesso della Nato – a un mondo atlantico anch’esso in declino, a fronte dell’emersione della Cina e del Pacifico. All’allentamento del vincolo atlantico si sommò presto un’aggressività russa alimentata anche dall’atteggiamento di una classe dirigente europea che preferì far finta di non aver sentito le chiarissime parole pronunciate da Vladirmi Putin a Monaco nel 2007, decise di ignorare l’aggressione alla Georgia, e soprattutto minimizzò l’aggressione alla Crimea e al Donbas del 2014, dando a Mosca l’impressione di aver avuto un via libera a patto di continuare a rispettare il patto economico coi principali paesi europei.
I limiti sempre più evidenti dell’Unione, simboleggiati dal diritto di veto e illuminati dall’allentamento del rapporto con Washington, dalla pressione russa e dalla perdita di centralità economica, scientifica e culturale dei paesi europei, posero fine al periodo centripeto. In molti paesi emersero forze decisamente antieuropee di cui la Brexit del 2017-2020 è stata finora l’espressione più forte: per la prima volta qualcuno lasciava un’associazione che peraltro confermò negli anni seguenti la sua convenienza economica, messa in risalto dal danno autoinflittosi dai britannici.
E’ poi venuta la guerra del 2022, con l’aggressione militare su larga scala all’Ucraina, una guerra che a conferma del ridimensionamento europeo non è diventata – al contrario di quanto accaduto nel passato – una guerra “mondiale”. Coi suoi quasi due milioni di morti e feriti, essa è però oggi il fattore che più pesa sul futuro dei paesi europei, della loro associazione e delle loro alleanze, anche perché coincide con una presidenza Trump che ha reso il distacco dagli Stati Uniti (un distacco che certo si dovrà e potrà ricucire, ma solo in parte: il passato è ahimè passato) evidente.
Al di là della soluzione che essa riceverà, che giocherà a sua volta un ruolo cruciale, vi sono infatti nell’Ue paesi che quella guerra sentono molto meno di altri e sono molto meno interessati a sopportare costi e innovazioni che per i secondi sono inevitabili e vitali. Pensiamo alla Spagna, che guarda naturalmente alla “sua” America latina, e ha i suoi “problemi nazionali”, o al Portogallo, che può guardare tanto al Brasile quanto all’Africa, o ancora a quelle vaste aree dei Balcani legate da secoli da più forti legami con Mosca.
Forze e timori diversi pesano invece sulla Germania, che ricorda le sue colpe ma anche quel che successe tra il 1945 e il 1949 (rimando in proposito a The Russians in Germany, 1945-1949 di Norman Naimark), nonché sulla Scandinavia, dove la Svezia ha azzerato i suoi aiuti all’estero per sostenere l’Ucraina, sulla Danimarca, che è forse, in termini relativi, il suo principale contribuente, e naturalmente sui paesi del Baltico, sulla Polonia e sull’Ucraina. In mezzo vi sono, in posizioni e condizioni diverse, l’Italia e la Francia – il cui ruolo decisivo è legato anche al suo essere l’unica potenza nucleare dell’Unione – in una situazione aperta a molti scenari, di cui provo a tracciare tre “tipi” possibili.
Il primo lo si potrebbe definire “semplicemente” pessimista. La guerra continuerà ancora per un tempo imprevedibile, le elezioni presidenziali francesi del 2027 – l’evento politico centrale per il futuro europeo sul breve termine – saranno vinte dal Rassemblement national e l’Ue non riuscirà quindi a fare il salto auspicato da Mario Draghi, senza scomparire perché grazie anche alla Brexit “tutti” (autolesionisti che non mancano a parte) ne capiscono oramai la convenienza, ma restando l’associazione che è sempre stata. I paesi dell’Unione nel loro insieme non riusciranno a profittare del declino, ma anche dei resti poderosi, della Nato per costruire un centro di comando e controllo europeo capace di cooperare da pari a pari con gli americani sul teatro europeo, e il nostro sistema di difesa diventerà ancora più vulnerabile.
Potrebbe allora cristallizzarsi una nuova Mitteleuropa, senza Francia e Italia e imperniata inevitabilmente sulla Germania, che è già oggi delineata dal riarmo tedesco, dal fermo sostegno che Berlino offre a Kyiv, che Friedrich Merz ha di recente proposto di associare subito, sia pure in forma incompleta, all’Unione nonché dalle sue dichiarazioni su una Germania pronta ad assumersi le sue responsabilità. Questa Mitteleuropa sarebbe molto più vicina a quella immaginata da Friedrich Naumann nel 1915 che a quella decantata negli anni Ottanta da Milan Kundera e Claudio Magris per ricordare a chi se lo era dimenticato che anche l’Europa centrale e centro-orientale, allora fagocitata dal blocco socialista, era stata a lungo parte integrante del nostro continente e una ricca sorgente della sua cultura.
Nell’ipotesi ottimista nel 2027 la Francia terrebbe e i volenterosi europei potrebbero trovare le forze per mettere insieme un loro arsenale nucleare e costruire un centro unico di comando e controllo europeo dentro la Nato, giovandosi anche del nuovo impegno tedesco e cominciando così a edificare un nuovo soggetto politico centripeto capace di mettere in campo un grande piano di rilancio scientifico-tecnologico e di affrontare realisticamente la crisi demografica. Per l’Italia, che dell’Europa è nel mezzo e subisce pressioni da più parti, sarebbe di gran lunga la soluzione migliore ed essa dovrebbe quindi diventarne un campione.
L’ipotesi pessima è quella dell’ognuno per sé, anche se non tradotta formalmente in tante exit. Ma finché si può puntare su quella ottimista è meglio non pensarci, anche perché quello che si farebbe per quest’ultima è comunque parte di quello che ci servirebbe nel caso peggiore.