Viviamo immersi, coinvolti e “contaminati” in un’epoca di trasformazioni incessanti, dove i cambiamenti non seguono più il passo lento della storia, ma quello accelerato delle crisi globali. Guerre sulla soglia del continente, rivoluzioni tecnologiche che riscrivono il mondo del lavoro, dei mercati e delle relazioni umane, nuove alleanze geopolitiche che si formano e si dissolvono a ritmi vertiginosi, transizione ecologica: tutto contribuisce a disegnare un presente in cui l’incertezza è diventata la regola. In questo scenario, l’Europa non può permettersi di restare ai margini. Non possiamo limitarci a rincorrere gli eventi: dobbiamo imparare ad anticiparli, interpretarli, guidarli. L’Unione Europea si trova oggi davanti a una scelta cruciale: consolidare il proprio ruolo di attore globale, credibile e autorevole, oppure accettare il rischio di un progressivo ridimensionamento, fino alla marginalità.
E per fare questa scelta – consapevole, ambiziosa, determinata – serve una visione politica forte, condivisa tra i paesi membri, capace di generare coesione. Una visione che faccia leva sulle nostre risorse – economiche, culturali, industriali – e le trasformi in una spinta concreta verso il futuro.
La fase che stiamo attraversando è tra le più complesse della storia recente. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha infranto ogni illusione di pace duratura nel nostro continente. Ci ha ricordato, con brutale evidenza, che la guerra non appartiene solo al passato o a lontani luoghi del mondo. Anche le tensioni in medio oriente, sempre più vicine alla nostra quotidianità, contribuiscono a un clima globale instabile e pericoloso. In parallelo, assistiamo alla crescente contrapposizione tra modelli politici ed economici: da un lato le democrazie, fondate sulla cooperazione e sull’apertura; dall’altro, visioni autoritarie e isolazioniste, che spesso prosperano sulle paure collettive.
In questo contesto, l’Europa deve riaffermare con forza il proprio posizionamento. Già nel programma politico presentato dalla presidente Ursula Von der Leyen, la Commissione europea ha scelto con chiarezza da che parte stare, lavorando attivamente per costruire ponti, rafforzare alleanze, attrarre nuovi partner. Il legame con gli Stati Uniti resta strategico, un pilastro irrinunciabile per la nostra sicurezza e prosperità.
E’ un rapporto che va aggiornato: serve un dialogo più equilibrato, più maturo, capace di affrontare insieme le sfide del presente, dall’intelligenza artificiale all’emergenza ambientale, dalla cybersicurezza alla difesa comune. In un’ottica di connessioni senza riserve, l’Europa sta ampliando la nostra rete di relazioni internazionali. Con l’India, la più grande democrazia del mondo, stiamo costruendo un partenariato che guarda oltre i meri interessi commerciali: parliamo di un’alleanza culturale e strategica, fondata su valori condivisi. Con il Sudamerica un continente troppo a lungo trascurato dalle strategie europee, abbiamo riallacciato un dialogo profondo, che ci consentirà di rilanciare scambi politici, economici e culturali. In un mondo multipolare, l’Europa deve saper essere faro e pilastro. Anche sul piano economico, la posta in gioco è alta. Siamo decisi a rilanciare la competitività del nostro continente, salvaguardando i principi di sostenibilità e giustizia sociale.
Nei primi mesi di mandato, la Commissione ha definito due strumenti fondamentali in questa direzione: la “Bussola per la competitività” e il “Patto industriale verde”. Si tratta di documenti programmatici, ma anche di tracciati operativi per rendere l’Europa più solida dal punto di vista industriale, più innovativa e al tempo stesso più attenta all’ambiente. A questi strumenti si affianca il Piano d’azione per l’energia accessibile, un intervento necessario per contrastare l’aumento dei costi energetici, che mette in difficoltà famiglie e imprese. Ma l’azione della Commissione non si è limitata a questi ambiti. Abbiamo lavorato su più fronti. In agricoltura, settore vitale per l’identità e la sostenibilità del continente, abbiamo proposto una nuova visione incentrata sull’innovazione e sulla qualità. Per il settore automobilistico, che rappresenta una delle colonne portanti dell’occupazione europea, abbiamo avviato un piano che coniuga transizione ecologica e competitività industriale. E sul versante della difesa, ci siamo fatti promotori di un Piano europeo che mira a rafforzare la nostra autonomia strategica, prevedendo investimenti strutturali e una maggiore flessibilità fiscale per le spese essenziali del settore.
Tuttavia, la sfida forse più urgente non riguarda ciò che sta fuori dai nostri confini, ma ciò che accade al nostro interno. Perché non esiste un’Europa forte nel mondo se non è prima solida al suo interno. E la forza interna dell’Unione si misura nella capacità di essere coesa, di garantire pari opportunità ai cittadini di ogni territorio, dal Nord più sviluppato alle periferie più fragili.
E’ qui che la politica di coesione rivela tutto il suo valore strategico. Non si tratta soltanto della voce più rilevante del bilancio comunitario – un terzo delle risorse totali – ma di una visione concreta di Europa: un’Europa che non lascia indietro nessuno, che non accetta disuguaglianze territoriali come un destino, che investe nella possibilità per ogni cittadino di vivere, lavorare, studiare e costruire il futuro nel luogo che chiama casa.
Come Vicepresidente esecutivo con delega alla coesione e alle riforme, ho voluto rafforzare questa prospettiva. Abbiamo proposto una modernizzazione della politica di coesione, articolata intorno a cinque nuove priorità strategiche: competitività, difesa, gestione delle risorse idriche, efficienza energetica, politiche abitative. In termini pratici, significa offrire agli stati membri la possibilità, su base volontaria, di riprogrammare i fondi esistenti in base alle esigenze specifiche dei loro territori. Dalle aree interne alle regioni di confine, dalle isole del Mediterraneo alle periferie urbane, ogni comunità potrà agire con maggiore rapidità, efficacia e meno burocrazia.
Il nostro obiettivo è chiaro: costruire un’Europa in cui restare sia una scelta, non una necessità; in cui il benessere non sia una prerogativa di pochi, ma un diritto diffuso; in cui le risorse europee diventino davvero motore di sviluppo, innovazione, coesione sociale e crescita culturale.
Ci attendono cinque anni decisivi. Anni in cui dovremo dimostrare di essere all’altezza delle sfide globali non solo gestendo le emergenze – come già fatto con la pandemia, la crisi energetica e gli effetti della guerra – ma anche tracciando un cammino nuovo. Un nuovo corso che renda l’Europa più coesa, più giusta, più vicina alle persone. Anche il presidente Mattarella, durante il suo intervento al Collegio dei commissari, nel corso della sua recente visita a Bruxelles, ha ribadito la necessità di un’Unione europea più forte e coesa – un obiettivo che condividiamo pienamente.
L’esperienza ci insegna che è proprio nei momenti più difficili che l’Unione è chiamata a dare il meglio di sé, riscoprendo le ragioni profonde della sua esistenza. Questa Commissione è impegnata a trasformare le sfide in opportunità, con determinazione e visione.
Il percorso non sarà semplice, ma abbiamo tutti gli strumenti per affrontarlo. Insieme. Perché un’Europa unita, autorevole e aperta è il miglior investimento che possiamo fare: per noi stessi, per le future generazioni, e per un mondo che ha sempre più bisogno di stabilità, democrazia, responsabilità, pace. In questi giorni, anche il nuovo Pontefice – con parole semplici e potenti – ha richiamato l’umanità intera all’urgenza della pace, al dovere della fratellanza tra i popoli, alla necessità di una politica che serva il bene comune e non alimenti divisioni. E’ un messaggio che parla al cuore dell’identità europea: perché l’Europa, che vuole davvero essere guida sociale, oltre che economica e politica, deve farsi garante di questo spirito di riconciliazione.
Preservare questa libertà – nelle istituzioni, nella società, nella dignità di ogni cittadino europeo – è il compito più alto che ci attende. Ed è, oggi più che mai, il nostro tempo per realizzarlo. Il nostro tempo è adesso.