Cerca

EuPorn

Ma che bisogno avrà mai Trump della Groenlandia?

Circa mille groenlandesi si riuniscono nel centro della città e marciano verso l’edificio del consolato degli Stati Uniti, situato alla periferia urbana, per protestare contro le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla sovranità del loro Paese, a Nuuk, in Groenlandia, il 15 marzo 2025. (Foto di Ahmet Gurhan Kartal / Anadolu via Getty Images)

“Abbiamo bisogno della Groenlandia”, ha detto Donald Trump sull’aereo che lo riportava a Washington dalla sua Casa Bianca ombra, a Mar-a-Lago, dove il presidente americano aveva fatto, durante le vacanze natalizie, un po’ di negoziati su Gaza e sull’Ucraina, e dove aveva allestito una situation room per seguire la cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro. Il blitz a Caracas era avvenuto da meno di 48 ore quando il presidente americano, il 4 gennaio, parlando con i giornalisti sull’Air Force One, ha rimesso gli occhi sulla Groenlandia, dicendo che tra “circa due mesi” si occuperà dell’isola del nord – territorio autonomo della Danimarca, quindi della Nato – perché l’America ne ha “bisogno” per ragioni di sicurezza nazionale, “è così strategica”, e in ogni caso Trump non si aspetta una reazione decisa da parte di Copenaghen, “sapete che cosa ha fatto da ultimo la Danimarca per aumentare la sicurezza della Groenlandia? – ha chiesto e ha risposto – Ha aggiunto una slitta per cani”. Due giorni dopo, Stephen Miller, una delle figure più rilevanti e sempre più presenti dell’Amministrazione Trump, formalmente il guru dell’anti immigrazione ma in realtà molto altro, ha detto alla Cnn che “la Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti, con che diritto la Danimarca esercita il suo controllo sulla Groenlandia? Gli Stati Uniti sono la potenza della Nato”. Quindi l’opzione militare è sul tavolo? “Nessuno combatterà militarmente l’America riguardo al futuro della Groenlandia”, ha risposto Miller. Nella famiglia Miller ci deve essere una speciale fissazione per l’isola, perché, appena dopo la cattura di Maduro, è stata la moglie di Miller, Katie, podcaster con vari ruoli nel mondo trumpiano di governo e non, a mettere su X un’immagine della Groenlandia con i colori della bandiera americana e la scritta: soon, presto.

 

Un anno di concupiscenza

Durante il suo primo mandato, Trump parlava di “acquistare” la Groenlandia – 56 mila abitanti su oltre due milioni di chilometri quadrati di una terra ricchissima di risorse energetiche e minerali ambitissimi che gode di autonomia rispetto alla Danimarca ma non per quel che riguarda la difesa e la sicurezza, per le quali è sotto l’ombrello dell’Alleanza atlantica – ma in questo secondo, tragico mandato (che è iniziato da nemmeno un anno) è passato direttamente all’idea di annessione: nel Natale del 2024, suo figlio Eric gli aveva messo la Groenlandia, assieme al Canada e al canale di Panama, in un carrello di Amazon, il suo regalo. Da allora le minacce si sono ripetute e intensificate, tanto che a maggio, durante un’intervista Trump non aveva escluso la possibilità di utilizzare la forza per annettere l’isola agli Stati Uniti. Ad aprile, il vicepresidente J. D. Vance era andato in visita alla base spaziale di Pituffik – centro di monitoraggio strategico per la Nato – e aveva detto: la Danimarca non ha fatto un buon lavoro per il popolo groenlandese. Ad agosto il diplomatico americano a Copenaghen era stato convocato dal governo danese dopo che era uscita la notizia di tre cittadini americani che stavano reclutando persone in Groenlandia per creare un movimento secessionista. Nel frattempo c’erano state conversazioni telefoniche tesissime fra Trump e la premier danese, Mette Frederiksen, incursioni trumpiane in Groenlandia, tour europei di Frederiksen per capire con gli alleati cosa fare – bel dilemma, visto che il principale alleato è quello che si vuole annettere un pezzo del tuo territorio – e l’ininterrotta insistenza degli americani, che sostengono che l’isola fa geograficamente parte del continente americano (e quindi di quell’emisfero occidentale che, secondo il documento per la Strategia per la sicurezza nazionale è prioritario per l’Amministrazione Trump) e che l’annessione è una questione di sicurezza, anche se le 150 persone di stanza nella base spaziale fanno un ottimo lavoro. I trumpiani dicono “sicurezza” ma intendono risorse da sfruttare e da sottrarre agli altri paesi che s’aggirano come avvoltoi nel ricco Artico, cioè la Russia e la Cina.

 

L’inviato dalla Louisiana

Qualche giorno prima di Natale, Trump ha nominato Jeff Landry come inviato speciale americano in Groenlandia. Landry, 55 anni portati maluccio e un accento cajun del sud che lo rende spesso incomprensibile, è il governatore della Louisiana dal 2023, non ha alcuna competenza in politica estera ma circa un anno fa, quando l’Amministrazione Trump si stava insediando e c’era un gran parlare di annessioni di stati indipendenti, scrisse su X: “Il presidente Trump ha completamente ragione! Dobbiamo fare in modo che la Groenlandia entri dentro gli Stati Uniti. Great per loro, great per noi! Facciamolo!”. Non è certo questa la prima volta che Trump sceglie inviati senza esperienza, ma nel curriculum di Landry la Groenlandia non compare davvero mai, se non in questo post, che evidentemente è stato sufficiente per essere nominato a quello che sarà un secondo lavoro, un po’ scomodo, per Landry che continuerà a fare il governatore. Trumpianissimo, quando era procuratore generale (dal 2016), l’improbabile inviato aveva combattuto l’obbligo di vaccino durante la pandemia, le regolamentazioni ambientali e quelle per controllare la disinformazione sui social, e aveva difeso la legge sull’aborto dello stato, una delle più restrittive, dicendo ai contestatori: potete pure andarvene dalla Louisiana. Da governatore, Landry ha continuato le sue campagne conservatrici, ha messo i Dieci comandamenti in ogni aula delle scuole e università pubbliche, ha chiesto l’invio della Guardia nazionale per controllare immigrati e criminalità e ha festeggiato l’arrivo delle guardie del Border Patrol schierate con l’obiettivo di arrestare cinquemila immigrati clandestini (per ora ne sono stati arrestati soltanto alcune centinaia). Nulla che abbia minimamente a che fare con il suo mandato in Groenlandia, e forse è questo il punto.

 

Kirill del nord

L’interesse di Trump per l’Artico non l’hanno recepito soltanto i suoi adulatori trumpiani, ma anche gli storici rivali degli Stati Uniti che però, da quando il presidente americano ha iniziato il suo secondo mandato, si comportano come se fossero gli amici non tanto degli americani, ma del presidente in persona, da una vita. Stiamo parlando dei russi, per i quali il ritorno di Trump è stato una benedizione, visto che finora sono riusciti a rimandare indietro ogni piano di pace per l’Ucraina e anzi ad abbozzarne uno a quattro mani con gli emissari di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, finora mandati in medio oriente e in Russia, ma tenuti fuori dalla Groenlandia. I russi hanno capito come allettare Trump e i suoi, e chi lo ha capito più di tutti è Kirill Dmitriev, nato a Kyiv, economista, studente di Harvard, sa fare l’americano all’occorrenza, amico di una delle figlie di Putin, oggi capo del Fondo sovrano russo per gli investimenti diretti. Dmitriev ha iniziato a parlare di Artico non appena Trump ha rimesso piede alla Casa Bianca, lanciando al presidente americano proposte di collaborazione nelle acque gelide in cui i russi si muovono con una certa disinvoltura. Ovviamente la collaborazione ha un prezzo e può avverarsi soltanto dopo l’allentamento delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti dopo l’aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina. Non è ancora mai avvenuto, ma Dmitriev è un uomo paziente, metodico e soprattutto ambizioso. Ha trovato in Witkoff la sua strada d’accesso, il modo per essere ascoltato da Trump, già ben disposto nei confronti di Mosca, e a ogni incontro che sia a Mar-a-Lago o a Mosca, riesce sempre a pronunciare in modo ossessivo la parola magica: “affari”. L’Artico è la terra degli affari, il paradiso. Per questo Dmitriev ne ha fatto una bandiera, il simbolo della collaborazione fra americani e russi, che finora rimane soltanto nell’immaginazione, perché la verità è un’altra. Se c’è una collaborazione in atto nelle acque del nord è quella fra Russia e Cina, sempre storcendo il naso, ma i progetti in comune non sono pochi.

 

Le mire russe e cinesi

Artico vuol dire affari, ma vuol dire anche armi, segreti, energia e al momento la collaborazione fra Mosca e Pechino procede anche abbastanza fruttuosa. La Russia è la veterana, la Cina la nuova arrivata, tanto da definirsi una “potenza quasi artica”. Per la Russia, l’Artico è una dimensione identitaria, strategica, per diritto geografico. Ha investito in infrastrutture militari, rompighiaccio e il fulcro della visione è la “Rotta del Mare del Nord”, una via commerciale più breve rispetto al Canale di Suez ma che per essere del tutto realizzata ha bisogno di investimenti e cooperazione tecnologica. Per Pechino l’Artico è parte integrante della sua Via della Seta Popolare, di cui a settembre ha già ultimato un viaggio esplorativo. Ma l’interesse non è soltanto una questione di rotte commerciali, ma anche di risorse naturali e per questo Russia e Cina hanno cofinanziato progetti come impianti di gas naturale liquefatto che Mosca ha potuto realizzare sviando le sanzioni soltanto grazie alla Cina. E’ un’alleanza di comodo, non gradita. Ma a questa collaborazione ormai siamo sempre più abituati dal 2022, quando Mosca ha avviato la grande aggressione dell’Ucraina e si è ritrovata a stringere rapporti con Pechino, a incrementare la collaborazione militare, tecnologica, spaziale, nucleare. E quindi anche nell’Artico, dove la Russia invece ha sempre avuto l’ambizione di essere la potenza dominante, sente di esserlo, ha studiato per esserlo, ma potrebbe ritrovarsi a parti invertite con Pechino. Gli Stati Uniti guardano questa cooperazione e sanno anche di essere molto indietro nell’Artico. Dmitriev ha capito questo punto debole, fra i tanti dell’Amministrazione Trump. Ma quando si parla di Groenlandia, il Cremlino ripete: “Monitoriamo da vicino”.

 

“Adesso basta”

Jens Frederik Nielsen, 34 anni, è stato eletto premier della Groenlandia nel marzo dello scorso anno, quando le minacce trumpiane erano già cominciate e anzi avevano un po’ stravolto la politica dell’isola. Fino a quel momento la linea di demarcazione tra i vari partiti era definita dal rapporto con la Danimarca – una convivenza complicata, con un passato infelice e un presente rancoroso – ma a tutti poi è toccato ritrovarsi in molti comunicati di unità nazionale contro la minaccia americana. Le parole sono sempre le stesse: la Groenlandia vuole collaborare con l’alleato statunitense ma non è in vendita; la fiducia reciproca ha bisogno di rispetto; le pressioni, tra amici, non servono. Dopo che Trump ha detto di aver “bisogno” dell’isola per ragioni di sicurezza, e lo ha detto mentre il dittatore venezuelano veniva trasferito in un penitenziario a New York, Nielsen ha reagito: “Ora basta – ha scritto su Facebook – Basta con le pressioni, basta con le insinuazioni, basta con le fantasie di annessione”. Ma se Nielsen vi sembra insofferente, è perché non avete ancora sentito i danesi.

 

I danesi

La premier danese, Mette Frederiksen, non sa come ripetere agli americani che fra alleati non ci si comporta così, la Danimarca fa parte della Nato, quindi anche la Groenlandia, e se gli Stati Uniti hanno bisogno di una maggiore collaborazione nell’Artico basta chiederla. I leader europei hanno sostenuto la Danimarca, hanno espresso una grande preoccupazione per le minacce americane e fra tutti c’è un’espressione che ricorre: che bisogno c’è? E’ vero che Trump non ha alcun rispetto per gli europei, è vero che non intende far parte della loro sicurezza, ma se tiene tanto alla Groenlandia e parla di minaccia alla propria sicurezza, avesse almeno il coraggio di dire che la minaccia non sono i danesi, i groenlandesi, i francesi, gli svedesi, gli italiani o nessuno degli europei. Non nomina mai la minaccia, ma dice di avere “bisogno” della Groenlandia, contro la quale da tempo ha iniziato anche una piccola operazione nel tentativo di aumentare i moti nazionalisti, di stanare i simpatizzanti degli Stati Uniti, quasi fosse un’operazione à la russa.

La minaccia a cui Trump allude è la stessa che sentono i suoi alleati della Nato, ma prende la forma del caos, che è il metodo di governo del presidente americano che sta ribaltando un mondo in cui non sai più di chi ti puoi fidare.