Cosa rende una città europea? Ognuno di noi ha in mente un luogo, reale e ideale insieme, che rappresenta il massimo dell’europeismo e dell’europeità. Abbiamo chiesto a importanti figure del panorama mediatico europeo di dirci qual è per loro il luogo che più di altri incarna lo spirito europeo, tra passato e futuro, e con una visione larga del nostro spazio comune.
La mia scelta ricade su Chernivtsi, che guarda caso è proprio la mia città natale, nell’Ucraina occidentale. E’ una città vivace e bellissima, dove le influenze ucraine, rumene, ebraiche, polacche e austro-ungariche si fondono nell’architettura asburgica, negli animati viali pedonali e nella spettacolare Università, patrimonio dell’Unesco. Per me è come un’Europa in miniatura: colta, tenace e cosmopolita.
Zoya Sheftalovich
capo corrispondente in Europa di Politico, conduttrice del podcast Brussels Playbook
Infilata in una stretta striscia di terra tra il mare Adriatico e il confine sloveno, sorge una città ferocemente, meravigliosamente e unicamente europea. Si chiama Trieste e può a ragione vantarsi di essere il crocevia geopolitico e culturale per eccellenza d’Europa: il punto in cui si incontrano i mondi latino, slavo e germanico. Per secoli, Trieste è stata il principale porto marittimo dell’Impero austro-ungarico. Questa eredità le ha donato la grandiosa e maestosa architettura viennese, la cultura intellettuale dei caffè dell’Europa centrale e una ricca identità multilingue in cui l’italiano è la lingua principale, lo sloveno è ampiamente parlato e aleggia nel suo patrimonio il fantasma del tedesco. Trieste non assomiglia a Firenze o a Roma; sembra piuttosto che l’Austria si sia concessa una piacevolissima vacanza mediterranea. Il suo fiore all’occhiello, la magnifica piazza Unità d’Italia, è la più grande d’Europa affacciata sul mare, fiancheggiata su tre lati da monumentali palazzi asburgici illuminati. Le grandi menti letterarie d’Europa – James Joyce, Italo Svevo, Rainer Maria Rilke – sono rimaste tutte affascinate da Trieste. Questa diversità si riflette anche nel suo panorama urbano, caratterizzato da un suggestivo mix di cattedrali cattoliche, una delle sinagoghe più grandi d’Europa, una splendida chiesa ortodossa serba e storiche chiese ortodosse greche. E forse, cosa ancora più importante, in un’epoca di voli low cost e sovraffollamento turistico, Trieste rimane in gran parte fuori dai circuiti turistici tradizionali. Se volete immergervi nella storia profonda e complessa dell’Europa senza dovervi fare strada tra la folla, questo è il posto che fa per voi.
Jon Henley
corrispondente del quotidiano britannico Guardian in Europa. Vive a Parigi
Le Orcadi sono britanniche per caso; l’isola situata più al largo della punta più settentrionale della Scozia continentale fu data in pegno nel 1468 dal re danese Cristiano I come garanzia per la dote di sua figlia. Non pagò mai il conto. I toponimi sono in norreno antico. Ogni 17 maggio, le bandiere norvegesi celebrano la festa della Costituzione di un’altra nazione. Durante i Mondiali di calcio, le simpatie locali si saranno divise tra Scozia e Norvegia, sebbene felicemente unite contro la nazionale inglese. Le rune vichinghe solcano le tombe neolitiche di Maeshowe. Nei fondali di Scapa Flow la flotta affondata dal Kaiser arrugginisce. Una guerra mondiale dopo, i prigionieri di guerra italiani trasformarono due baracche del campo in una cappella barocca; lo spirito glorioso del Bernini vive in questo paesaggio aspro e maestoso. Nella capitale, Kirkwall, una cattedrale in arenaria rossa porta il nome del santo norvegese Magnus. Ma per scoprire la vera magia delle Orcadi, prendete il traghetto di 90 minuti da Scrabster a Stromness e percorrete a piedi il breve tragitto dal molo fino all’antica e tortuosa via principale della città, fino allo Stromness Hotel. Trovate un posto al bar e ordinate una pinta di Dark Island della Orkney Brewery. Non lo dico con leggerezza, ma è la migliore birra d’Europa. Non c’è da stupirsi che i danesi siano desiderosi di riavere le Orcadi dopo tutti questi anni.
Matt Kelly
fondatore e direttore di The New European, settimanale britannico
Definirei questa qualità in termini storici. Ecco perché, secondo me, può essere preso in considerazione solo un luogo situato al confine tra regioni culturali che nel lungo periodo hanno plasmato l’Europa. Augsburg – in italiano Augusta – fu fondata dai romani. Qui si incrociavano le vie romane che collegavano Parigi a Costantinopoli e l’Italia settentrionale alla Germania meridionale. Ancora oggi, in alcuni luoghi, si ha l’impressione di trovarsi in Italia. La storia europea è stata spesso scritta ad Augusta: l’imperatore Ottone sconfisse gli ungheresi alle porte della città, un sollievo per l’intero continente. Proprio da qui Jakob Fugger, l’uomo più ricco di tutti i tempi, finanziò imperatori e re. L’invenzione di Gutenberg fu, nel senso migliore del termine, commercializzata qui. I Welser, ricchissimi rivali dei Fugger, fondarono la prima colonia tedesca, di breve durata: il Venezuela. Fu qui, nel 1555, che venne firmata la pace di Augusta tra cattolici e protestanti. I loro conflitti hanno un ruolo anche nell’opera del famoso figlio della città, Bertolt Brecht. Suo padre lavorava in una cartiera, la cui esistenza era resa possibile dai numerosi piccoli canali che attraversano la città. Oggi sono patrimonio dell’Unesco. La capacità di gestire l’acqua – dagli acquedotti ai servizi igienici con sciacquone – è sempre stata una competenza fondamentale dell’Europa. Un altro aspetto tipicamente europeo di Augusta è che, proprio come il continente stesso, i suoi giorni di massimo splendore sono ormai alle spalle. Sebbene la città in cui Rudolf Diesel inventò il suo motore sia ancora un polo tecnologico, la politica di potere globale non si svolge più qui come ai tempi dei Fugger e dei Welser, e un nuovo Brecht non si intravede all’orizzonte.
Matthias Heine
caporedattore cultura del quotidiano tedesco Welt